Portami dove si muore a 5 anni

Sentivo una sensazione di distacco. La custodivo in un grembo di pensieri, come un vestito privo di spazio tra pelle e tessuto, in combutta col respiro che tornava come un riflusso. Come una contaminazione.

Ho messo insieme: tutto è iniziato con La voce di Hind Rajab, una pellicola che riporta il massacro di una bimba e della sua famiglia, raccontando le telefonate ai soccorsi e i tentativi inutili di salvarla. La bambina palestinese è stata realmente uccisa dalla ferocia dell’esercito israeliano, ma durante il film, nel cinema, la sensazione di straniamento mi è arrivata fin dentro lo stomaco. Non era un’emozione, non era un moto di dolore o riflessione. Era indifferenza, vuoto. Anomia.

Identico effetto ha sortito il film action-speed-revolution di Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra, dove tutto è vero e finto, perfettamente incastrato di grandi attori, tensione e posa, personaggi e deflagrazioni fino alla corsa nel deserto. Che bellezza intoccata e verginea ho sentito, senza un solo moto di sangue vero. Che meraviglia inoffensiva. È stata la seconda piccolissima indifferenza. Meno forte, ma della stessa natura.

La terza conferma è Eddington, polveroso e soporifero Western-Covid-thriller bla bla bla, inutile chiacchiericcio tra media e violenza superamericana, armi da fuoco e polveri bagnate. Sempre meno forte, distaccato e lontanissimo da ogni organo vitale, l’effetto di indifferenza è tornato. Si è presentato, mi ha dato un colpetto innocuo, sono tornato a dormire tra le poltrone.

Un semplice incidente del pluripremiato transfuga dissidente regista iraniano Panahi ha chiuso il cerchio senza appello: ogni sussurro smossa o eruzione che rievoca dolore, guerra, ferite e forme infinite di empatia da rappresentazione non serve più. Non ha ragioni. Alimenta il nulla. Scompare. Tutta la bellezza deve morire per davvero, in qualche modo, per essere tale.

L’accaduto emotivo e fisico ha un corpo preciso, che porta le migliaia di nomi delle vittime apparse sui microschermi di tutto il globo, in diretta o no, in differita o no, con audio o no, con piccoli o grandi ritocchi, effetti di strazio e di fine. I volti dei bambini e i loro pianti sono qua. I display perdono i propri non-sensi. La nausea è il nulla che risale.

Accadde con la Shoah. Niente più poesia dopo l’orrore. Era vero solo per il tempo che la memoria digerisse il male. Al racconto serve il rumore delle pietre sulle lamiere dei blindati, il gioco per vero dei nascondimenti in mezzo alle rovine, le cariche contro il fuoco dei droni, dove l’amore dedito alla vita corre d’istinto, nel cuore dei creaturi: sono loro a vivere incustoditi di rabbia e resistenza, a mettere il corpo nelle fiamme. I giovanissimi non-attori dei territori occupati abitano realmente nel film I bambini di Gaza, lavoro di anni girato sul campo, penetrato da una forma di poesia inconsumabile che si diffonde nonostante lo schermo, evidente nel buio come una polvere luminosa. Cinema che libera ciò che racconta, che lo porta il vento.

A Gaza dove l’olocausto è un genocidio ancora in esecuzione, complice mezzo mondo con noi a guardare, dobbiamo sentire il dolore, con le storie di onde d’urto a premerci sul petto. Senza farci dormire con più forte onestà. Che troppo vicino al coltan non si sente niente. Mentre un bimbo impara il surf e ripete a memoria Uccidi gli Ebrei, le bande giocano per vero alla guerra, vestono maschere per fare gli israeliani contro i palestinesi a volto nudo. E tutti i guaglioni vivono e muoiono per finta e non respirano più. Che sul mare dove non è scontato il mare, si scivola per un attimo e sulle onde. Che sembra di volare.

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La voce di Hind Rajab – Kawthar ibn Haniyya / Film 2025

Una battaglia dopo l’altra- Paul Thomas Anderson / Film 2025

Un semplice incidente – Jafar Panahi / Film 2025

Eddington- Ari aster- Film 2025

I bambini di Gaza – Loris Lai- Film 2024