Diario di Costa

Della crociera ho rubato una schiera di fotografie: per prime quelle di un tramonto visto dai fianchi e dalla coda, con il rosso ovunque. Ho rispettato la fila e gli orari per mangiare, sempre col mare a guardarmi e tutta la luce dall’alba in poi. Ho ricevuto lettere in cabina ogni giorno, un pensiero elettronico e avvisi tutti per me, attenti alla mia storia, al mio conto e alla mia temperatura. Non ho toccato il mare neanche una volta, neanche l’acqua riscaldata delle piscine con le punte dei piedi, neanche con un desiderio che non mi andava. Ho preso in faccia l’acqua miscelata della doccia, ignorando l’allerta antincendio e gli uomini mascherati in mezzo al fumo. Ho bevuto caffè americano e surrogati di espresso, calici sparsi di vino combattendo con aragoste millenarie capaci di arrivare fin dentro gli incubi peggiori. Mi hanno chiamato signore, mister, Sir, offrendo ripetutamente benvenuto e arrivederci, prego grazie scusi hello, con un’idea onnipresente di sorriso. Ho ballato sulle oscillazioni in una doppia notte di viaggio mentre una tempesta mediocre smuoveva la nave. Ho usato voce e bolle di sapone in un proscenio con un grande schermo. Ho frugato nel il buio con una lampada per trovare le storie, vive come fossero sognate. Mentre gli ascensori programmavano le corse, usavo i gradini per bruciare il tempo. Una notte ho incrociato una bambina in crisi di pianto, dondolava tra le scale cercando qualcuno, prima di sparire. C’erano anziani senza orientamento, giocatori d’azzardo concentrati alle slot. Tutto si muoveva sotto gli occhi del personale, composto da un mucchio di indiani thailandesi bengalesi asiatici. Qualcuno parlava napoletano.

Sei ubriaco– mi hanno chiesto- sei scomparso? Dov’è la discoteca? E il bingo?

E il teatro, il karaoke, i negozi? La palestra è libera?

Giochiamo a ping-pong? 

C’è la droga qui sopra? 

Vuoi fare una foto?

Sei americano? 

Hai fame? 

Qui non è possibile avere fame. 

Mi sono perso tra i ponti senza sentirmi solo, in compagnia di un equipaggio capace di un pensiero surreale. Dopo giorni di navigazione ho realizzato che a bordo non c’era niente da rubare: l’ho compreso guardando da un oblò nell’interno di un corpo di ferro pieno di altri corpi . Era il solo modo per comprendere, dentro e fuori le cose ripetutamente, in mezzo al mare e su di esso. A quel punto ho scritto un biglietto e l’ho affidato alle acque, perché arrivasse all’orizzonte dove vive tutto quello che non esiste più. 

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Appunti sparsi da quindici giorni di crociera lungo il MediterraneoAprile/Maggio 2022