La voce e la terra, la pietra e la pelle. La parola elettrica si prende lo spazio, il cerchio segue il motivo del mondo. Girano l’amore e lo screzio, Il fuoco e il racconto. Il fuoco e il corpo.
Diceme chell’ che tieni a’dì
Chist’è o’mument
Si abball’sott’a bbòtta e’ncopp’abotta
a’verità se’sona
Mmiez’ tiene o’tiempo e’me guardà
nà vota’bbona
Dove sta la parola sta la cava della bocca, risale il respiro al cielo. Coi piedi per terra facciamo gli alberi semoventi, con le mani di foglie sentiamo le ombre che aspettano il giro.
Il giro vuol dire che non mi muovo dalla mia direzione. La vita si tiene alla vita degli altri e porta il tempo. Ecco dove si sente il male. Ecco la tana del bene. Facciamo un colpo e un altro. Se mi ricordi chi ero faccio lo stesso, ti chiamo. Stride un suono che sembra il bosco, vola un verso che prende al petto. Arriva la notte, più forte la luce si mette al centro.
Tutto il mondo di ciascuno ha dentro un buco e un filo, che si riavvolge per sua forma, trova un altro buco e un altro filo. Così una trama uguale compone l’universo, come le onde servono alle onde, fino alla riva e oltre.
C’è il saluto primo e l’ultimo. C’è la festa. C’è lo scherzo e il lamento. C’è il dolore. Tutto si anima con un vespro. Un sentire conserva il motore primo del vento.
Da un’altra parte c’è stata forse una vita dove ti ho visto. Lungo il sentiero trovammo un canto per fuggire alla notte. Era un dialetto tenuto caldo sotto le pietre. Di tutti i fantasmi che accorsero alla danza, ci riconoscemmo.
Qui la strada si mangia i campi e fa la sua preghiera. Batte e ribatte la canzone antica, guarda alle sette signore sante. Le chiama nel mezzo, loop e tammorra, chitarra e pianto, dove stiamo nel tempo, coi mortali corpi a gioire e a cantare.
Ritual- Antonio Marotta- Lp 2026/ Maledetta discoteca
